Dicevo, i dolci di carnevale hanno nomi diversi ogni 5 chilometri, nemmeno il GPS riesce a stargli dietro. Se al vostro infido tomtom chiedete di visualizzare l’apposita categoria, lui esplode, e scoprite così che dentro c’era un Garmin, il che spiega la richiesta d’inversione a U che ogni tanto vi faceva in autostrada.
Visto l’altissimo grado di geovariabilità (parola che, stando a google, sono il secondo a usare nel mondo), i dolci di carnevale, per essere indicati, richiederebbero una quantità tale di termini da esaurire interi dizionari. Fagociterebbero tutte le parole disponibili, e non ne rimarrebbero più per tutto il resto delle cose che ci circondano e che, volenti o nolenti, dobbiano nominare.
Per evitare questa catastrofe linguistica, nel 1864 il barone Krapfen invitò i grandi del mondo a riunirsi presso la sua tenuta in Sassonia, per quello che fu poi chiamato dalla stampa anglofona, sempre in cerca di titoloni, The Mardi Gras Symposium. Dallo storico consesso scaturì un documento comune che dettava le linee per risolvere una volta per tutte il problema: il Protocollo di Lüneburg. Il cuore del Protocollo era un’elaboratissima formula matematica per calcolare, una volta stabiliti alcuni archetipi linguistici condivisi, la massima variabilità con cui si potevano presentare i nomi dei dolci. In parole povere, questi nomi dovevano somigliarsi tutti fra loro, in modo da non sconfinare nel mondo della altre parole, pur mantenendo un’estrema geodipendenza (anche qui, un solo risultato).
I partecipanti al Mardi Gras Symposium si resero immediatamente conto dei paradossi a cui si sarebbe andati incontro con l’applicazione del Protocollo di Lüneburg, ma, in seguito a una votazione sul filo del rasoio – si narra che il rappresentante russo abbia abbandonato la riunione in segno di protesta – l’assemblea decise che si trattava di un male necessario.
Così, ancora oggi, se ad esempio siete a Bologna, e chiedete in pasticceria le chiacchiere, vi danno certi dolci tipici. Poi, se prendete l’auto e fate una scappata a San Lazzaro, chiedete la stessa cosa, vi danno altre robe. Però, se invece di fermarvi a San Lazzaro tirate dritto per Foligno, e una volta lì chiedete le chiacchiere, vi danno gli stessi dolci che a Bologna.
E se non è così, sappiate che è in atto un chiara violazione del Protocollo di Lüneburg, e potete avvertire le autorità preposte.
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Vi sarà capitato, su Internet, che un sito vi chieda d’inserire certi numeri e lettere, scritti appena sopra, tutti storti, che quasi non sembrano numeri e lettere.
Quella cosa lì si chiama CAPTCHA, e serve per distinguere un umano da un computer, per evitare che certi software facciano delle robe in automatico, tipo creare 1000 account al minuto e poi mettersi a vendere Rolex al prezzo di Swatch usati. Il CAPTCHA è nient’altro che un test di Turing, un po’ particolare.
Ecco, è un po’ di tempo che questi CAPTCHA faccio gran fatica a riconoscerli, nel senso di capire che lettere e numeri ci sono scritti dentro. Ho iniziato a rigenerarli – te li fanno cambiare, perché a volte sono incasinatissimi davvero – sempre più spesso.
Poi, stamattina, ne ho trovato uno che il primo non si capiva niente, e l’ho rigenerato, il secondo non si capiva niente, e l’ho rigenerato, il terzo non si capiva niente, pure quello l’ho rigenerato. Sono andato avanti così per un po’, alla fine mi sono stancato, ho lasciato perdere.
Mi sono congratulato col mio pc, che non lui direttamente, ma la sua specie, ha raggiunto un traguardo così importante, e ho spento tutto.
Che ci pensino loro, adesso, alla baracca.
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(doverosa nota a margine: scrissi questo e pochi altri microracconti digitali qualche anno fa. Nonostante il rapido sviluppo tecnologico, restano comunque ai limiti della comprensibilità, quindi ho deciso di pubblicarli. Nessuno se la prenderà, credo)
Il 1° dicembre del 1973, il signor Walter “Sparky” Gibbs, elettricista, mentre percorreva con la sua Pontiac Grand Safari la statale 135 tra Crested Butte e Gunnison, in Colorado, si ritrovò, un paio di miglia dopo Almont, in mezzo a una bufera di neve.
Non c’era molto di cui stupirsi. La vallata, in quel periodo dell’anno, era solita fare scherzi del genere. Sparky, che la percorreva continuamente su e giù per lavoro, non ci fece nemmeno caso. Mise i tergiscristalli al massimo, rallentò, e alzò un po’ il volume della radio, perché quelle vecchie spazzole facevano un rumore infernale. Il notiziario sportivo della KFCR era tutto dedicato alla partita dei Broncos dell’indomani, lo speaker non faceva che ripetere che i Cowboys erano i favoriti, ‘sto stronzo.
D’un tratto, mentre il tizio continuava a blaterare e portare iella, Sparky vide la bufera aprirsi, e i tergicristalli fare avanti e indietro a vuoto, perché non cadeva più un fiocco di neve. Era così per una cinquantina di yarde tutt’attorno, oltre le quali la bufera andava avanti come pochi istanti prima. Colto dal dubbio, Sparky rallentò e accostò.
Scese dall’auto e ci girò attorno, guardando in tutte le direzioni in cerca di anche una mezza spiegazione. Era freddo, molto più freddo di quello che si aspettava. Anzi, molto più freddo di quello che sarebbe dovuto essere. Aprì il portabagagli per prendere il giaccone che usava per i lavori all’esterno e all’improvviso sentì alzarsi un forte vento gelido. Guardando verso il muso dell’auto attraverso il vetro del portabagagli vide qualcosa che correva nella sua direzione. Per un istante pensò a un camion, viste le dimensioni, poi però si rese conto che quella cosa bianca, larga e alta non meno di 20 piedi, che accelerava portata dal vento, era innegabilmente un enorme fiocco di neve. Fece appena in tempo a gettarsi a terra, Sparky. Il fiocco prese in pieno il muso dell’auto. Sparky sentì il cristallo di neve schiantarsi e andare in pezzi, insieme a radiatore, cofano, vetro anteriore, specchietti e il resto della parte frontale dell’auto.
Si tirò su, il vento era cessato. La temperatura stava salendo visibilmente, e a un certo punto ricominciò a nevicare. La bufera riprese.
Il precedente avvistamento non provato di un fiocco di neve di dimensioni atipiche era stato nel gennaio del 1887 a Fort Keogh, in Montana. Il cristallo misurava circa 15 pollici.
Le leggi fisiche non pongono limiti alle dimensioni di un fiocco di neve.
Socrate, lo sanno anche gli asini di Buridano, non ci ha lasciato alcuna opera scritta. Pensateci.
Quello che sappiamo di Socrate, come la pensava, ce l’ha detto Platone, perlopiù. Dice che lui lo conosceva di persona. Pensateci bene.
Platone dice che Socrate dice che con la parola scritta non si può ragionare, perché è fissa lì, come una pittura. Gli fai delle domande, ma non risponde. Anche qui, pensateci con calma.
Platone dice che Socrate dice “so di non sapere”. (voi invece sapete cosa fare)
Socrate, dicono, è l’ultimo della tradizione orale-poetica, poi inizia quella scritta-concettuale. Un’ultima volta, pensateci.
Nel 1922 Eugène Dupréel, a forza di pensarci, scrisse un libro, intitolato La légende socratique et les sources de Platon, in cui diceva che Socrate se l’era inventato Platone.
Io invece penso che sia esistito, e che era analfabeta.
Il conte Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi, altrimenti più sbrigativamente detto, per evitare che la morte termica dell’universo c’interrompa prima d’aver finito di nominarlo, Giacomo Leopardi, deve la sua fama alla produzione letteraria. Fu infatti poeta, in primo luogo, ma poi anche filologo, filosofo e scrittore di prosa. Figura rinomata nel campo delle umane lettere, in pochi sanno che coltivava anche, nel segreto delle stanze recanatesi, una passione per le scienze della natura. Passione che, escluso un giovanile trattatello di chimica scritto con l’inchiostro simpatico e a quattro mani col fratello Carlo, non ebbe mai modo di portare alla luce del sole per la ferma opposizione dei genitori, i quali erano molto all’antica (che all’inizio dell’Ottocento significava essere rimasti alle idee di fine Seicento) e non vedevano di buon occhio la carriera scientifica. Inoltre, lo Stato della Chiesa, in cui Recanati era incastonata, investiva pochissimo in ricerca, e gli sbocchi professionali erano ridicoli.
Nonostante la dedizione alla letteratura, e il prestigio che ne trasse, Leopardi non abbandonò mai quel suo interesse per il mondo naturale e portò avanti per tutta la vita, senza renderli esplicitamente pubblici, gli studi di matematica e fisica, di astronomia e cosmologia. Il fatto che non abbia mai pubblicato saggi o ricerche scientifiche non deve trarci in inganno: molti dei grandi risultati delle sue ricerche sono, allora come oggi, sotto gli occhi di tutti, contenuti, in forma poetica, nelle opere letterarie. Alcuni degli esiti più importanti della carriera letteraria di Leopardi sono in realtà la sintesi perfetta del suo essere lirico e del suo essere scientifico, delle rime e delle formule, della cultura umanistica e della cultura scientifica.
Prendiamo a esempio una delle poesie più famose di Leopardi, ovvero “L’infinito”, scritta quando il poeta aveva poco più di vent’anni, e pubblicata poi nel 1826:
È lampante il fatto che, intrecciato tra gli endecasillabi di questa lirica, si ritrovi un risultato scientifico straordinario per l’epoca, ovvero la teorizzazione di quella conseguenza della relatività generale di Einstein che va sotto il nome di orizzonte degli eventi. L’orizzonte degli eventi è nient’altro che il confine di un buco nero, “quella particolare superficie dello spazio-tempo” – nella parole di Roger Penrose – “che separa i posti da cui possono sfuggire segnali da quelli da cui nessun segnale può sfuggire”.
La siepe-orizzonte limita il nostro ruolo di osservatori, limita la nostra capacità di avere una conoscenza completa degli eventi, ci separa da una realtà ulteriore, e al tempo stesso ci protegge dalla singolarità che è oltre, o che oltre dovrebbe essere, perché al di là di quel confine le nostre concettualizzazioni vanno in pezzi, e andiamo alla deriva in un mare d’ipotesi, e ciò che possiamo fare è solo perderci, in una spaurita ammirazione per la natura e i suoi meccanismi.
Leopardi ci consegna così, con più di cento anni d’anticipo, un risultato scientifico di grande portata, e lo fa senza formule, nascondendolo tra allitterazioni e assonanze, evitando di svelarlo. Perché uno, deve aver pensato, o fa il poeta, o fa la scienziato.
(ovvero una breve e finta fiaba)
I bambini poveri avevano freddo, perché le stufe delle loro case erano spente, vuote. Allora uscirono tutti in strada, i bambini poveri, e iniziarono a fare i cattivi. E fecero i cattivi nelle piazze, nei quartieri dei ricchi, davanti ai palazzi di governo. E fecero così tanto i cattivi, che anche se nessuno li ascoltò, quando tornarono a casa, a fine giornata, mentre inziavano ad apparire le stelle, trovarono abbastanza carbone per scaldarsi fino al giorno successivo, quando avrebbero ricominciato a fare i bambini cattivi.



