Una volta l’anno mi si para dinnanzi un dilemma. Lo scatena una mail il cui testo, tolti i fronzoli, recita: se vuoi continuare ad avere il tuo blog ci devi dei soldi. Che messa giù così suona (metteteci un accento russo) una minacciosa richiesta di riscatto, parole uscite dalla bocca di un malavitoso che fa il ritiro mensile del pizzo.
Il dilemma è: vale la pena spendere quei soldi per mantenere un blog in cui si scrive così poco e che quasi nessuno legge?
La risposta ovviamente è no.
Però pago lo stesso perché ho paura.
Il bello del pi greco è che non è invadente. Se dovete disegnare un cerchio, infatti, non si presenta lì da voi con altezzosa aria da costante matematica. Rimane in disparte, silenzioso, a macinare cifre decimali, in attesa che chiudiate il cerchio. Se non lo chiudete, lui prende e se ne va, verso altri circoli, spensierato. Se invece il cerchio si chiude, lui ci si butta dentro, da vero irrazionale, e cade giù, con quell’infinita coda di decimali che lo segue e che, nel caso ne aveste bisogno, potrete sempre utilizzare per ritirarlo su, in qualsiasi momento, prima che l’Universo finisca.
Il mio cane si chiama Bernardo. Fosse un San Bernardo, non sarebbe il bastardo che è. Abbaia continuamente, in do minore, e non ha alcun senso del ritmo, cosa che m’impedisce sempre di percuoterlo a dovere. Picchio, picchio, eppure resta un cane. La questione razziale è carta moschicida per i tanti Francesco d’Assisi falliti che incontro. Se fossi davvero circondato da santi sarei in paradiso, invece qui è tutto parco. Caga, Bernardo, dai! Ma è inutile accanirsi, ho un cane statico. Muoverlo a compassione è impossibile. Pure le spinte non hanno effetto, lui va dritto per la sua strada. Canuto com’è, cosa volete che capisca. Avrà pure il diritto di fare tutto a rovescio. Ritraggo il guinzaglio, ma il quadro della situazione non è dei migliori. Torniamo a casa. Giuro, la prossima volta a botte. E comunque, siamo così tanto nella merda che un poca di meno non ci fa caso nessuno.
I sondaggi sono una delle numerose invenzioni umane per cui si spera sempre di non entrare in contatto con una civiltà aliena, perché poi hai voglia a spiegare che non siamo proprio tutti scemi.
In pratica i sondaggi si fanno per capire come la pensano le persone a proposito di qualcosa. Mettiamo — ma è un caso — che questo qualcosa sia la politica. Ti telefonano, oppure ti fermano per strada, oppure ti leggono nel pensiero (no, in realtà non lo so come fanno, perché non solo non ho mai partecipato a un sondaggio — mai stato un campione, ecco — ma nemmeno conosco qualcuno che lo abbia mai fatto, il che rende tutto tremendamente misterioso, un po’ come il Superenalotto o Vheissu), e insomma ti chiedono tu come la vedi, tu cosa voti. Rispondi, loro se lo segnano, e passano a quello dopo di te, e via così, finché non ne hanno ascoltati abbastanza da dire “La gente la pensa così e così”. Bene.
Solo che le persone, come ha sempre sostenuto Dottor House (il quale, in quanto personaggio di finzione di un telefilm di successo di cui era protagonista, ha tutta l’autorità per far pesare la sua opinione in proposito), mentono continuamente: al proprio coniuge, ai figli, agli amici, agli amanti, allo Stato, a se stesse, ai controllori, agli sconosciuti incontrati per strada. Figuratevi se non mentono a un sondaggista che gli rompe le palle.
E invece, ammettiamo pure che le persone non mentano; facciamo quest’ipotesi fantascientifica, tanto non costa niente. Se tutti dicono la verità, il risultato del sondaggio, entro certi limiti stabiliti dalla statistica, sarà una rappresentazione abbastanza fedele della realtà.
Questo finché i sondaggi non vengono pubblicati. I sondaggi infatti rappresentano un’informazione ulteriore che incide sulla scelta delle persone. Perciò, nel momento esatto in cui il sondaggio viene pubblicato, ciò che intende rappresentare cambia aspetto, e il sondaggio stesso diventa inutile. Un cortocircuito, a farla breve.
A questo punto vi chiederete: ma allora, per quale diavolo di motivo si continua a spendere denaro per i sondaggi? E la risposta è: perché se unite la componente della menzogna e la componente del cortocircuito, i sondaggi funzionano.
Secondo voi, quest’ultima affermazione è:
1. Vera
2. Inventata
3. Non so/Non dico.
Grazie per aver partecipato.
Non sono una cima né come analista politico né come analista sociale, e nemmeno come analista tecnologico, però, a dirla tutta, a me pare piuttosto naturale che, dopo vent’anni di successo politico basato sul mezzo televisivo, se ne verifichi un altro basato su internet.
Allora, forse, al di là del programma politico proposto, conta il mezzo con cui lo si comunica. E si può anche pensare a un programma politico che contenga un solo punto, in cui c’è scritto quale canale si userà per diffonderlo e niente più. E sarebbe sufficiente per vincere le elezioni.
Perciò non è poi così assurdo immaginare che, a essere lungimiranti, già oggi ci si potrebbe mettere a tavolino per organizzare il prossimo grande successo elettorale, quello che si verificherà fra circa vent’anni, quando internet puzzerà di vecchio, di passato. Tutto sta ad azzeccare il mezzo.
O forse la faccio troppo facile.
Cos’hai? Dimmi cos’hai, computer fisso. Oggi, che mi hai ridato quel problema all’accensione, dopo giorni che tutto filava liscio. Cos’hai, oggi? È l’umidità, forse? Oggi ce n’è parecchia, di umidità, che sarà il 100%. Piove di quella pioggia fina e lenta, è grigio ovunque. È forse l’umidità, computer fisso? Oppure cos’è? Ti ho cambiato l’alimentatore esterno (sì che sei strano, ad avere l’alimentatore esterno), ho preso quelli cinesi universali multipresa multivoltaggio, convinto fosse quello, il problema. Ma tu niente, non c’hai fatto nemmeno caso, e hai continuato a dare quel problema lì, all’accensione, quel problema che a forza di staccare e attaccare la presa poi ti accendevi (il segnale che stavi per farlo era la ventola che partiva; solo lei, tu spento). Una bella rottura. Cambio l’alimentatore esterno (sì, sei proprio strano), non serve a niente. Allora ok, s’è bruciato qualcosa dentro. Allora ok, cambiamo la schedina dell’alimentazione interna. Ok. Prendo una cosa modernissima che si chiama picoPSU, che è un nome strano per chiamare un alimentarore piccolo piccolo, e lo prendo da 120 Watt, anche se l’altro era da 90, perché ti voglio trattare bene, computer fisso, ti voglio dare wattaggio in più, donartelo, per dimostrarti la mia fiducia, la mia benevolenza. E tu cosa fai, computer fisso? M’illudi. Sembri funzionare, sembri tornato all’antico splendore, con quel led blu pronto ad accendersi alla pressione del pulsante d’accensione. E vai avanti così per qualche giorno, giusto il tempo per farmici credere. Poi, oggi, computer fisso, cosa fai? Ricominci a fare lo stesso scherzo. L’alimentatore che lampeggia, che fa tic-tic, tu lo stesso, il led blu che per un attimo accende la speranza ma subito la spegne. Nemmeno la ventola che parte da sola, ci prova, sì, ma non ce la fa. E ricomincia il calvario dello stacca-riattacca col cavo d’alimentazione, ricomincia l’assurda routine, come quella delle auto che partivano con la manovella, ma sono passati centomilioni di anni, e non si può, oggi, stare lì a staccare-riattaccare, non si può. Cos’hai, allora, computer fisso? Cos’hai? Cos’è, la ciabatta? La scheda madre? La ventola? Le porte USB? Il masterizzatore DVD (che tanto non uso mai: lo stacco eh, non è mica un problema)? Cos’è, sono io che ti sto sui coglioni? Basta dirlo, faccio venire qualcun’altro ad accenderti, ti faccio usare da qualcun’altro. Sei geloso dello smartphone, del netbook, del kindle? Cosa’hai? Dimmi cos’hai?! Perché non parti?
Incomunicabilità
1101100
6C?
1101100
6C?
1101100
6C?
1101100
6C?
1101100
6C?
1101100
6C?
1101100
6C?
…
…
101010
2A?
101010
2A?
101010
2A?
101010
2A?
101010
2A?
101010
2A?
…
…
0
0
…
…
0!
0!
…
…
1?
1
…
…
10?
2?
…
…
Hanno inventato il macroscopio. C’erano il telescopio, per vedere lontano, e il microscopio, per vedere il piccolo. Adesso c’è anche il macroscopio, per vedere normale. Nel senso che ve lo mettete davanti agli occhi e ci andate in giro, ci fate quello che fate sempre, ci vedete quello che vedreste comunque. A me per vedere quello che vedo – direte voi – bastano gli occhi: cosa ci devo fare con un aggeggio simile?
Un aggeggio simile – vi rispondo io – non vi cambia la vista, vi cambia la visuale. Vedrete gli stessi oggetti, le stesse persone, gli stessi paesaggi, però col macroscopio li vedrete meglio, non in termini di diottrie o di oculistica, ma nel senso intellettivo. Il macroscopio vi schiarirà la mente, vi mostrerà la realtà senza quelle macchie concettuali che nel tempo vi sono cresciute lungo il nervo ottico, offuscandovi la percezione. Vedrete le cose come sono e come stanno, senza filtri; il vero e il bello, il giusto.
Le aberrazioni mentali, i costrutti artificiosi, le impalcature concettuali che vi stanno davanti agli occhi perché le avete lasciate lì da quella volta e nessuno è mai passato a rimuoverle, gli atteggiamenti acritici, le verità che vi hanno raccontato, i dogmi che vi hanno imposto, col macroscopio saranno tutti spazzati via. E le cose che nemmeno guardavate più, perché eravate convinti di conoscerle a memoria, scoprirete che hanno altre infinite prospettive da scoprire. E vedrete il mondo com’è. Più semplice e più complesso allo stesso tempo. Di certo non noioso.
Un’avvertenza. All’inizio il macroscopio può darvi un po’ di disorientamento. Comunque passa in fretta.


