Gli scienziati bisogna proprio che si aggiornino. Lo devono capire, che non siamo più nel 1600, ai tempi di Stevino, quando il mondo era piccolo e pieno di contenitori molto vicini fra loro, e allora sì che ci voleva un attimo a metterli in comunicazione, e tener sempre tutta l’acqua allo stesso livello.
Il mondo è cambiato, sono passati quattro secoli, ci sono nuove esigenze, si può mica star sempre lì a mettere in comunicazione tutti i vasi di cui abbiamo bisogno, si può mica ragionare sempre nei limiti di un tubo che connette secchi, silos, termos e compagnia bella. Nell’epoca delle reti, ormai, sa di ridicolo.
È necessario un cambiamento di paradigma, una rivoluzione scientifica localizzata, che apra l’idrostatica a nuovi e fecondi orizzonti, perché dalle ceneri di questa disciplina snobbata anche dagli idraulici nasca un’area di studi e tecnologica al passo coi tempi, la teleidrodinamica. E il primo passo, in tale direzione, è l’evoluzione del principio dei vasi comunicanti in principio dei vasi comunicanti senza fili (WCV, Wireless Communicating Vessels).
Perché finisca l’epoca del dare l’acqua alle piante una pianta alla volta, o del dover andare a bancone per farsi riempire il bicchiere, o dal benzinaio per fare rifornimento (basta col paradosso del consumare benzina per andare a fare benzina! basta!), perché finisca l’epoca della gente che muore di sete nei paesi poveri, mentre noi qui siam a fare i gavettoni, per questi e molti altri motivi, il principio dei vasi comunicanti wireless deve essere quanto prima teorizzato, modellizzato, testato, verificato, confermato, approvato e divulgato. E applicato ovunque.
E poi, casomai, si penserà alla teoria delle stringhe.
Io le vedo, ci sono delle persone che son sempre lì a parlare, di continuo, con chiunque, a ogni ora, non si fermano mai, forse quando dormono, non ci giurerei. Ma di che cosa parlano, mi chiedo, ma dove li trovano gli argomenti? Cos’hanno da raccontare? Quando uno parla, dice delle cose, per forza deve averle pensate, prima, mica dico che ci ha riflettuto su, ci ha ragionato, è stato a rimuginarci, però le parole non nascono mica in bocca dal nulla, escono fuori, sì, che sono onde meccaniche, ma prima sono state movimento muscolare, e prima ancora scarica elettrica che veniva dal cervello, viene tutto dal cervello, in un modo o nell’altro, erano pensieri, prima di essere parole. Questa gente che parla continuamente, allora, dev’essere gente che anche pensa continuamente, un flusso costante e copioso di pensieri istantaneamente trasformati in onde meccaniche che si trasmettono nel mezzo aereo, una cascata di pensieri che da lì in alto, in cima alla testa, precipita giù in bocca, diventa scroscio verbale, e anche non verbale, qualche volta, perché ci sono quelli che quando parlano sputano, e se parlano tanto, sputano tanto. Che forse il parlar sempre, continuamente, è una cosa che sono costretti, perché altrimenti, senza una valvola di sfogo, senza la parola, che scarica via i pensieri, gli esploderebbe la testa, a questa gente qui, per sovraccarico, perché il cervello, sì, ci va tanta roba, resta comunque di un volume finito, e per quanto piccoli possano essere i pensieri, a un certo punto non ce ne va nemmeno uno di più, e quello che gli si forma un altro solo ultimo pensiero, bzzz!, va in tilt, sviene, resta un po’ svenuto, intanto che i pensieri gli si spengono, allora poi torna in sé, con il cervello svuotato di un tot, tipo soglia di sicurezza. Insomma queste persone qui, che rischiano di sentirsi male se non parlano, parlano per non sentirsi male, per non andare bzzz! in tilt, per dar sfogo a quella corrente inarrestabile di pensieri che riempie ogni singolo istante della loro esistenza.
Io, da parte mia, tutto quello che ho pensato nella vita, da quando ho iniziato a pensare fino a quest’ultimo pensiero qui, che lo sto scrivendo, se mi metto a raccontarlo, in un paio d’ore abbiam finito. Infatti di solito sto zitto.
Troppa ginnastica
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OVERFLOW
Il capitalismo, è ben noto, soffre di diverse distorsioni della realtà. Una di queste considera alcune idee molto interessanti non meritevoli di essere portate avanti, se il loro livello di commerciabilità è basso. Questo criterio deviato di valutazione ha col tempo inciso sulla nostra percezione della qualità, che è stata lentamente sostituita dalla convenienza. In base a tali logiche, le energie vanno spese su idee e progetti il cui “ritorno” in termini commerciali sia almeno adeguato all’investimento.
Appare chiaro che, in un sistema di tal fatta, molto del potenziale creativo va perduto in business plan e bilanci aziendali, e idee geniali finiscono a marcire nel pozzo senza luce del “non conviene”.
Per contrastare questa catastrofica tendenza, inizierò io stesso a proporre una serie di progetti il cui valore commerciale è fortemente dubbio, ma che qualitativamente sono di grande spessore.
1. La centrale a stecco di Magnum. Un impianto che produce energia elettrica a partire dalla combustione dei legnetti che restano quando uno finisce di mangiare il famoso gelato dell’Algida.
2. Il romanzo poliglotta. Un romanzo scritto in tutte le lingue del mondo, mischiate insieme, in modo che una parola non sia mai preceduta o seguita da un’altra nella stessa lingua. (incluso l’esperanto)
3. Il rover introspettivo. Un veicolo per l’esplorazione planetaria da inviare sulla Terra.
4. Il dizionario dei numeri. Un dizionario contenente tutti i numeri, in ordine decrescente.
Penso possa bastare.
Quando cambia l’ora, non ci si fa caso ma è così, è come se stesse per succedere chissà cosa, perché siamo tutti lì, prima, a chiarire da che parte vanno spostate le lancette, e a che ora di preciso, poi, quand’è l’ora, sincronizziamo gli orologi, come nei film, quando stanno per fare una rapina, e devono per forza coordinarsi perché il piano è preciso all’istante, e se l’esplosivo eplode prima lo sentono tutti, oppure, se apri la teca col gioiello troppo presto, c’è ancora l’allarme inserito.
Sincronizziamo gli orologi insieme a qualche centinaio di milioni di persone in tutta Europa, nello stesso istante, come se fossimo una banda di ladri, una banda che così grande non s’era mai vista, e anche così scema, perché per avere un bottino dignitoso bisognerebbe rubare tutti i soldi del mondo, e non si riesce, ma anche così furba, perché se ci prendono possono mica spedirci tutti in prigione, perché figurati se c’è posto per qualche centinaio di milioni di persone, e anche se ci fanno un processo, come fanno a farci un processo?, non ci sono aule così grandi, non ci sono così tanti giudici, cancellieri, avvocati, faldoni per riuscire a farci il processo, e anche ci riuscissero, la giurisprudenza si troverebbe senza armi, perché il reato di furto di massa non esiste, dovrebbero processarci per furto uno per uno, bloccando tutta la giustizia mondiale per secoli, e in buona sostanza si tratterebbe del crimine perfetto. E tutti i giornali farebbero della facile ironia, sul fatto dell’ora legale.
Una volta si prendeva il calendario in mano e si leggevano le date insieme ai giorni della settimana. Martedì, mercoledì, sabato, 5, 12, 27. Funzionava, serviva.
Poi sono iniziati a spuntar fuori i santi, i santi della Chiesa, San Giuseppe, San Bartolomeo, San Claudio, qua e là, in ordine sparso, mica dal primo gennaio a riempire verso il 31 dicembre. Qua e là. Piano piano, San Giuliano, San Giorgio, San Filippo, hanno coperto un intero anno, i santi. Solo che i santi erano mica finiti, allora si è deciso di mettere più santi nello stesso giorno, magari tenendone uno solo principale, quello col nome scritto più grande, e gli altri, in un certo senso, minori. Santa Beretta Molla (che uno penserebbe protettrice dei meccanismi di una semiautomatica, invece no), San Basilio, San Costanzo. Si è arrivati a una discreta folla. Così, ogni giorno, se uno dice di festeggiare alla maniera cattolica, di ricorrenze ne ha a disposizione anche 3 o 4, le trova sul calendario. Qualcuno, questo riempire i calendari coi nomi dei santi, lo chiama martirologio. Altri lo chiamano riempire i calendari coi nomi dei santi.
Tutto ciò fino a qualche anno fa. Poi – si sa, la Chiesa è maestra – la folla dei santi nel calendario ha fatto scuola, e i cervelloni di certe organizzazioni, di certi enti, di certi comitati, hanno pensato che oltre ai santi c’erano altre cose importanti da festeggiare, o da ricordare, o da ricordare di dovercisi battere contro, e allora ecco che si riparte con la farcitura del calendario, Giornata mondiale della poesia, Giornata mondiale della pace, Giornata della gioventù. Tutte cause che vale la pena mettere in calendario, cose importanti, inserite, piano piano, qui e là, un 16 dicembre, un 9 maggio, un 24 novembre, contro l’Aids, contro l’Alzheimer, a favore dell’acqua, della memoria, degli innamorati, dell’alimentazione.
E uno guarda il calendario, che ormai pesa dieci chili, e pensa che dovrebbe essere lui a scriverci quello che si deve ricordare, o festeggiare, e non l’Onu, l’Unesco, l’Oms, la Chiesa o lo Stato, che, quello che hanno da fare, lo scriveranno sui loro, di calendari.
Arrivano le bollette, le pago, i servizi continuano a funzionare.
Ipotizzo il nesso pagamento bollette –> fornitura servizi.
Metto alla prova questa regola a cui sono giunto e non pago la bolletta del telefono. Dopo un certo periodo di tempo me lo staccano. L’ipotesi, messa alla prova, ha resistito.
Sottopongo la mia ipotesi a un altro test. Non pago la bolletta dell’acqua. Passa del tempo, mi staccano l’acqua. Di nuovo, l’ipotesi ha retto.
Riprovo con gas e luce. Stesso risultato.
Sono piuttosto fiducioso di poter innalzare questa mia ipotesi a legge di natura.
Poi però.
Un giorno arriva a casa il bollettino per pagare il canone Rai. Ovviamente testo la mia teoria anche con quello e non lo pago.
Passano settimane, mesi, continuo a vedere la Rai sulla tv. Passano anni e altri bollettini. Non pago. Non succede niente, la Rai è ancora lì.
La mia teoria è stata falsificata.
Che poi, io, oltretutto, c’ho Sky.
Secondo me, l’impatto dei social network sulla cultura popolare odierna è stato enorme.



